La pressione regolatoria su Google entra in una nuova fase in Europa, segnando un passaggio cruciale nel rapporto tra grandi piattaforme digitali e intelligenza artificiale. A seguito di una sentenza statunitense che ha riconosciuto pratiche anticoncorrenziali, la Commissione europea ha imposto a Google una serie di misure correttive che incidono direttamente sul modo in cui l’AI viene integrata in Android e su come vengono gestiti i dati di ricerca, una delle risorse più strategiche dell’economia digitale contemporanea.
La Commissione ha concesso a Google sei mesi di tempo per rimuovere le barriere tecniche che, di fatto, favoriscono Gemini rispetto ai chatbot di intelligenza artificiale concorrenti all’interno del sistema operativo Android. L’obiettivo dichiarato è garantire un contesto competitivo più equo, in linea con il Digital Markets Act, il quadro normativo con cui l’Unione Europea intende limitare gli abusi di posizione dominante da parte dei cosiddetti gatekeeper digitali.
Nel concreto, questo significa che Google dovrà offrire ai fornitori di AI di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità hardware e software oggi riservate a Gemini. Un esempio emblematico riguarda l’interazione di sistema: se un utente tiene premuto a lungo il pulsante Home su un dispositivo Android, dovrebbe poter richiamare e utilizzare modelli di intelligenza artificiale alternativi, non solo quelli sviluppati da Google. È un cambiamento tutt’altro che marginale, perché incide sul punto di contatto più diretto tra utente e assistente AI, trasformando Android da ecosistema chiuso a piattaforma realmente contendibile.
Accanto all’apertura di Android, la Commissione europea ha imposto a Google un secondo obbligo altrettanto delicato: la condivisione equa e non discriminatoria dei dati anonimizzati di Google Search con le aziende concorrenti nel settore dei motori di ricerca. Parliamo di informazioni su query, classifiche, clic e visualizzazioni, dati che rappresentano il carburante principale per l’addestramento e il miglioramento dei modelli di intelligenza artificiale. La questione centrale, ancora oggetto di dibattito, è se e in che misura questi dati possano essere utilizzati anche per finalità di apprendimento dei chatbot AI e per lo sviluppo di nuovi servizi basati sull’AI generativa.
Secondo Teresa Ribera, Commissaria europea per la concorrenza, l’intento dell’Unione non è punitivo ma sistemico. L’obiettivo è massimizzare i benefici del cambiamento tecnologico creando un ambiente aperto e competitivo, evitando che l’innovazione venga controllata da un numero ristretto di grandi aziende. In questa visione, l’intelligenza artificiale è considerata una tecnologia abilitante per l’intera economia, e non un vantaggio da concentrare nelle mani di pochi attori dominanti.
La posizione di Google, tuttavia, è diametralmente opposta. Claire Kelly, responsabile della concorrenza dell’azienda, ha criticato apertamente l’approccio europeo, sostenendo che molte normative nascono più dalle lamentele dei concorrenti che da un reale interesse per i consumatori. Secondo Google, l’obbligo di apertura potrebbe avere effetti collaterali rilevanti, mettendo a rischio la privacy degli utenti, la sicurezza dei sistemi e persino la capacità di innovare in modo rapido ed efficace.
Questo scontro si inserisce in una storia già lunga e complessa. Negli ultimi anni, Google è stata colpita nell’Unione Europea da multe cumulative per circa 9,5 miliardi di euro, legate all’accusa di aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca e di aver imposto restrizioni agli sviluppatori di app, in particolare sui sistemi di pagamento alternativi al Play Store. Le nuove misure correttive rappresentano quindi un’ulteriore escalation, con la Commissione che ha già chiarito di poter avviare un’indagine formale qualora Google non rispettasse i termini imposti. Nel peggiore dei casi, le sanzioni potrebbero arrivare fino al 10% del fatturato annuo globale dell’azienda.
Il contesto internazionale rende la situazione ancora più delicata. Negli Stati Uniti, un tribunale ha già ordinato a Google di condividere i dati di ricerca con i concorrenti a seguito di una sentenza per monopolio. Google ha presentato ricorso e ottenuto una sospensione temporanea dell’esecuzione, bloccando la condivisione dei dati fino alla decisione finale. Questo dimostra quanto i dati di ricerca siano considerati una risorsa strategica critica, capace di determinare il vantaggio competitivo non solo nei motori di ricerca tradizionali, ma soprattutto nelle prestazioni dei modelli di intelligenza artificiale.
In prospettiva, la decisione europea potrebbe avere effetti che vanno ben oltre Google. Aprire Android e i dati di ricerca significa ridefinire l’equilibrio di potere tra piattaforme, sviluppatori e fornitori di AI, e potrebbe accelerare la nascita di un ecosistema più pluralista di assistenti intelligenti. Allo stesso tempo, resta aperta la domanda su come conciliare concorrenza, innovazione e tutela degli utenti in un settore in cui la velocità tecnologica supera spesso la capacità di adattamento delle regole.
Ciò che appare certo è che l’AI non è più solo una questione tecnologica, ma un terreno centrale di confronto politico, economico e regolatorio. La partita tra Google e l’Unione Europea sul futuro di Android e dei dati di ricerca rappresenta uno dei casi più emblematici di questa nuova fase, destinata a influenzare profondamente il modo in cui l’intelligenza artificiale verrà sviluppata e utilizzata nei prossimi anni.
