L’UE è attualmente teatro di un nuovo e significativo scontro tra le autorità di regolamentazione e i giganti tecnologici d’oltreoceano. Al centro della disputa si trova Meta, la società madre di WhatsApp, finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Europea per le sue recenti politiche riguardanti l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno della sua celebre applicazione di messaggistica. La questione non riguarda solo il funzionamento di un’app utilizzata da milioni di persone, ma tocca le fondamenta stesse della concorrenza nel settore nascente e strategico degli assistenti virtuali.
Tutto ha avuto inizio con un aggiornamento delle condizioni d’uso di WhatsApp Business. Meta ha introdotto regole che, di fatto, impediscono ai fornitori terzi di intelligenza artificiale di offrire i propri chatbot direttamente sulla piattaforma se l’AI rappresenta il loro servizio principale. In pratica, mentre un’azienda può continuare a usare l’intelligenza artificiale per supportare il proprio servizio clienti, un fornitore che vuole offrire un assistente virtuale puro non può più farlo attraverso le API ufficiali di WhatsApp. Questa mossa ha sollevato un immediato allarme a Bruxelles, poiché avviene in contemporanea con la promozione aggressiva di “Meta AI”, l’assistente proprietario dell’azienda, che viene integrato e messo in risalto all’interno dell’applicazione.
La Commissione Europea teme che Meta stia utilizzando la sua posizione dominante nel mercato della messaggistica istantanea per ottenere un vantaggio indebito in quello dell’intelligenza artificiale. WhatsApp è considerato un “gatekeeper”, ovvero un punto di accesso fondamentale per raggiungere i consumatori. Se Meta chiude le porte ai concorrenti proprio mentre lancia il proprio servizio, rischia di creare un ecosistema chiuso dove l’utente è quasi obbligato a utilizzare l’assistente della casa madre, non per una scelta di merito qualitativo, ma per la semplice assenza di alternative facilmente accessibili.
L’aspetto più insolito e incisivo di questa vicenda è la velocità con cui l’Europa ha deciso di muoversi. Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione, ha ventilato l’ipotesi di imporre “misure cautelari” provvisorie. Si tratta di uno strumento raramente utilizzato, che permetterebbe a Bruxelles di obbligare Meta a sospendere immediatamente il blocco verso i concorrenti prima ancora che l’indagine completa sia terminata. Questa urgenza deriva dalla natura stessa del mercato dell’intelligenza artificiale, che si evolve a una velocità tale per cui un ritardo di pochi mesi nella decisione finale potrebbe causare un danno permanente e irreparabile alla concorrenza.
L’Italia ha giocato un ruolo di apripista in questa vicenda. Già alla fine del 2025, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva imposto misure simili, costringendo Meta a riaprire le porte agli assistenti esterni nel nostro Paese. Questo precedente ha rafforzato la posizione della Commissione Europea, che ora punta a estendere una tutela simile a tutto lo Spazio Economico Europeo. L’obiettivo è chiaro: evitare che la storia si ripeta, impedendo che i grandi gruppi tecnologici monopolizzino le nuove tecnologie sfruttando il controllo che già esercitano sulle infrastrutture digitali che usiamo quotidianamente.
Dal canto suo, Meta respinge le accuse sostenendo che le sue politiche non limitano affatto la libertà dei consumatori. Secondo l’azienda, esistono innumerevoli canali attraverso cui gli utenti possono accedere a diversi modelli di intelligenza artificiale, dai siti web agli app store, e l’intervento dell’Unione Europea sarebbe un’ingerenza ingiustificata in decisioni aziendali legittime. La società di Mark Zuckerberg sottolinea come le sue scelte siano volte a garantire una qualità del servizio coerente e sicura per chi utilizza WhatsApp Business.
La posta in gioco è altissima. Se l’indagine dovesse confermare la violazione delle norme antitrust, Meta rischierebbe sanzioni finanziarie pesantissime, che potrebbero arrivare fino al dieci per cento del suo fatturato globale annuo. Ma al di là delle cifre, il vero cuore del problema resta la definizione delle regole del gioco per il futuro. La decisione che uscirà da questo scontro stabilirà se l’intelligenza artificiale sarà un campo aperto dove diverse aziende possono competere sulla base dell’innovazione, o se diventerà l’ennesima estensione del dominio delle piattaforme che già controllano la nostra vita digitale.
