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In Corea, sta emergendo la diffusione degli “AI shamans”, ovvero sistemi basati su intelligenza artificiale che replicano, in forma digitale, il ruolo degli sciamani tradizionali offrendo consulti personalizzati agli utenti.

Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario partire dal contesto culturale. Lo sciamanesimo coreano costituisce una delle forme religiose più antiche della penisola ed è storicamente radicato nella vita sociale e quotidiana. Gli sciamani, noti come mudang, svolgono una funzione di intermediari tra il mondo umano e quello spirituale, interpretando segni, comunicando con entità invisibili e offrendo indicazioni su eventi futuri o decisioni personali. Questa pratica, pur essendo stata marginalizzata in alcune fasi storiche, continua a mantenere una presenza significativa, soprattutto nei contesti urbani contemporanei, dove assume anche forme ibride e commerciali.

In alcune aree di Seoul stanno comparendo spazi dedicati in cui il consulto sciamanico viene erogato attraverso interfacce digitali. Il processo è strutturato come un’interazione guidata: l’utente inserisce dati personali, come nome, sesso e data di nascita, e descrive verbalmente il proprio problema tramite un sistema audio. A questo punto, un avatar virtuale – progettato per richiamare l’estetica degli sciamani tradizionali o della cultura pop contemporanea – elabora la richiesta e restituisce una risposta interpretativa.

Questi sistemi combinano diverse tecnologie tipiche dell’intelligenza artificiale applicata ai servizi digitali. In primo luogo, vi è una componente di raccolta e strutturazione dei dati, che permette di costruire un profilo dell’utente. A questa si affiancano moduli di elaborazione del linguaggio naturale, utilizzati per interpretare la descrizione del problema fornita vocalmente, e sistemi di generazione di contenuti, che producono la risposta sotto forma di discorso coerente e contestualizzato. In alcuni casi, come evidenziato nel servizio, vengono integrate anche tecniche di analisi visiva, ad esempio per la lettura del volto, che aggiungono un ulteriore livello di personalizzazione al consulto.

La logica operativa di questi sistemi non è dissimile da quella di altre applicazioni di intelligenza artificiale conversazionale, ma il loro posizionamento simbolico è radicalmente diverso. Mentre un assistente digitale tradizionale si propone come strumento informativo o funzionale, l’AI shaman si colloca in un ambito interpretativo, in cui il valore del servizio non risiede nella correttezza oggettiva della risposta, ma nella sua capacità di offrire una narrazione significativa per l’utente. Questo aspetto avvicina il funzionamento dell’intelligenza artificiale a quello delle pratiche divinatorie tradizionali, basate su interpretazioni simboliche più che su verifiche empiriche.

Dal punto di vista antropologico e tecnologico, si assiste quindi a una convergenza tra due modelli apparentemente opposti. Da un lato, lo sciamanesimo si fonda su rituali, simboli e credenze spirituali che attribuiscono senso agli eventi della vita. Dall’altro, l’intelligenza artificiale opera attraverso modelli matematici e algoritmi di apprendimento automatico. L’integrazione di questi due approcci genera un sistema ibrido in cui la dimensione tecnologica diventa veicolo di una funzione tradizionale, senza necessariamente sostituirla, ma piuttosto reinterpretandola in chiave contemporanea.

Un elemento particolarmente rilevante riguarda l’esperienza utente. Il consulto con un AI shaman avviene in un ambiente controllato, spesso progettato per evocare atmosfere rituali pur mantenendo una forte componente digitale. Questo consente di standardizzare il servizio, ridurre i costi e aumentare la scalabilità rispetto al consulto tradizionale con uno sciamano umano. Allo stesso tempo, però, si modifica profondamente la natura dell’interazione, che perde la dimensione performativa e relazionale tipica del rituale sciamanico, caratterizzato da musica, danza e stati di trance.

Di Fantasy