Per indicare l’intelligenza artificiale in italiano, la forma preferibile è “IA” e non “AI”. La posizione è stata espressa da Claudio Marazzini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, che ha richiamato la necessità di mantenere una sigla coerente con la struttura della lingua italiana. “IA” deriva infatti direttamente dalle iniziali di “intelligenza artificiale”, mentre “AI” riproduce l’ordine dell’espressione inglese “Artificial Intelligence”. La differenza non riguarda quindi soltanto una convenzione grafica, ma coinvolge il modo in cui le sigle vengono costruite a partire dall’ordine naturale delle parole nelle due lingue.
In italiano il sostantivo “intelligenza” precede l’aggettivo “artificiale”, per cui la sequenza delle iniziali porta naturalmente a IA. In inglese avviene il contrario: “artificial” precede “intelligence” e produce AI. Utilizzare in italiano la sigla inglese significa quindi adottare non soltanto due lettere straniere, ma anche l’ordine sintattico dell’espressione originale. Marazzini considera questa scelta un adeguamento non necessario all’inglese, soprattutto perché nella lingua italiana esiste già una forma immediatamente comprensibile e perfettamente corrispondente all’espressione completa.
La questione rientra nel dibattito più ampio sull’uso degli anglicismi, ma presenta una caratteristica specifica. Non si tratta infatti di scegliere tra una parola inglese e una traduzione italiana, bensì tra due sigle costruite secondo regole linguistiche differenti. Mantenere AI mentre si pronuncia e si scrive “intelligenza artificiale” crea una separazione tra l’espressione estesa e la sua abbreviazione: le parole seguono l’ordine italiano, mentre le iniziali conservano quello inglese. Secondo Marazzini, la diffusione sistematica di questo meccanismo può introdurre una sorta di doppio criterio grammaticale, nel quale l’inglese continua a determinare la struttura dell’abbreviazione anche quando il discorso avviene interamente in italiano.
A rendere meno lineare l’uso di AI interviene anche la pronuncia. La sigla può essere letta pronunciando separatamente le lettere secondo l’alfabeto italiano, quindi “a-i”, oppure mantenendo la pronuncia inglese “ei-ai”. Le due modalità convivono nella comunicazione quotidiana, nei media, nella scuola e nei contesti professionali, creando un’oscillazione che non esiste con IA, la cui lettura segue direttamente le lettere italiane. La scelta della sigla italiana viene quindi proposta anche come soluzione per rendere più uniforme il passaggio dalla forma scritta a quella orale.
L’indicazione non è soltanto teorica. Le nuove indicazioni nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito utilizzano stabilmente la forma “IA” nei documenti dedicati alla scuola. Marazzini ha collaborato alla loro elaborazione e la scelta terminologica segue proprio il criterio di utilizzare le iniziali dell’espressione italiana. La stessa forma viene adottata dall’Accademia delle Scienze di Torino, dove Marazzini dirige la Classe di Scienze morali, storiche e filologiche. L’istituzione ha inoltre programmato per ottobre 2026 un convegno dedicato all’intelligenza artificiale nell’ambito delle discipline umanistiche.
La preferenza per IA non implica che la sigla AI sia incomprensibile o che il suo utilizzo sia linguisticamente impossibile. AI è ormai molto diffusa perché coincide con l’acronimo internazionale utilizzato nella tecnologia, nella ricerca e nella comunicazione commerciale. Il punto sollevato riguarda piuttosto la coerenza interna quando il termine viene inserito in un testo italiano: se l’espressione utilizzata è “intelligenza artificiale”, la sigla che ne riproduce direttamente le iniziali è IA.
La discussione terminologica riguarda anche l’espressione completa “intelligenza artificiale”. Nel 2025 l’Accademia della Crusca aveva già affrontato il problema attraverso una riflessione di Lorenzo Tomasin sulla correttezza del nome attribuito a queste tecnologie. La questione posta riguarda il significato della parola “intelligenza”: se i sistemi oggi definiti di intelligenza artificiale non possiedono alcune caratteristiche fondamentali associate all’intelligenza umana, la denominazione stessa può risultare concettualmente imprecisa.
La riflessione parte quindi dalla distinzione tra le capacità operative dei sistemi e il significato attribuito al termine utilizzato per descriverli. I modelli di intelligenza artificiale possono elaborare dati, riconoscere pattern, generare contenuti, effettuare classificazioni e produrre risposte sulla base dell’addestramento ricevuto, ma definire queste attività come “intelligenza” introduce inevitabilmente un confronto con un concetto che nella lingua comune comprende capacità cognitive, comprensione e altre caratteristiche non necessariamente presenti nei sistemi informatici.
Tomasin aveva richiamato a questo proposito anche un principio espresso da Galileo Galilei, secondo cui nomi e attributi dovrebbero adattarsi alla natura delle cose e non il contrario. Applicato alle tecnologie contemporanee, il problema diventa quindi stabilire se il termine utilizzato descriva realmente ciò che il sistema è in grado di fare oppure se abbia assunto nel tempo un significato convenzionale più ampio rispetto alla propria origine semantica.
La questione di IA e AI si colloca così su due livelli distinti. Il primo è strettamente linguistico e riguarda la forma dell’abbreviazione: seguendo l’ordine dell’italiano, “intelligenza artificiale” produce IA, mentre AI deriva direttamente dall’inglese “Artificial Intelligence”. Il secondo riguarda invece la terminologia utilizzata per definire la tecnologia stessa e il rapporto tra il significato tradizionale della parola “intelligenza” e le capacità effettive dei sistemi artificiali.
Nell’uso istituzionale italiano la direzione indicata è comunque chiara: IA è la forma coerente con la lingua italiana ed è già utilizzata nei documenti nazionali dedicati alla scuola. AI rimane invece la sigla internazionale dominante e continuerà probabilmente a comparire soprattutto nei contesti tecnici, scientifici e commerciali in cui la terminologia inglese è particolarmente radicata. La distinzione permette quindi di comprendere che le due forme non nascono come semplici varianti grafiche, ma sono il risultato di due differenti ordini linguistici: “intelligenza artificiale” in italiano e “Artificial Intelligence” in inglese.
Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)
