Il panorama tecnologico mondiale sta assistendo a uno dei momenti più complessi della storia recente di Amazon. Il colosso di Seattle si appresta infatti ad avviare, a partire dal 27 gennaio 2026, una nuova e massiccia fase di riduzione del personale che promette di segnare un record per l’azienda. Questa operazione non è un evento isolato, ma rappresenta la seconda tappa di un piano di ristrutturazione a lungo termine iniziato nell’ottobre del 2025, volto a snellire una struttura organizzativa che, secondo i vertici, sarebbe diventata eccessivamente pesante e burocratica durante gli anni dell’iper-crescita pandemica.
Le cifre che circolano descrivono una manovra di proporzioni storiche. Dopo i 14.000 tagli effettuati alla fine dell’anno scorso, la nuova tornata di licenziamenti dovrebbe coinvolgere una quota simile di dipendenti, portando il totale complessivo a circa 30.000 unità. Sebbene questa cifra rappresenti solo una frazione del milione e mezzo di lavoratori totali di Amazon — la maggior parte dei quali impiegati nella logistica e nei magazzini — l’impatto è dirompente sulla popolazione degli uffici: si stima che i tagli colpiranno il 10% dei circa 350.000 impiegati corporate a livello globale. I settori più colpiti saranno quelli strategici, tra cui Amazon Web Services (AWS), la divisione Prime Video, il settore della vendita al dettaglio e l’organizzazione delle risorse umane, nota internamente come PXT.
Il CEO Andy Jassy ha ufficialmente inquadrato questa decisione come una necessità culturale prima ancora che finanziaria. Secondo la visione della leadership, la proliferazione di livelli manageriali e la creazione di “fiefdoms” — feudi interni che rallentano i processi decisionali — hanno allontanato l’azienda dal suo spirito originario di “Day 1”, ovvero l’agilità tipica di una startup. L’obiettivo dichiarato è eliminare la burocrazia dei cosiddetti “pre-meeting per i meeting”, riducendo il numero di manager e aumentando la responsabilità dei singoli contributori. Jassy ha sottolineato come l’azienda debba tornare a essere snella per affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo.
Tuttavia, all’interno dell’azienda e tra gli osservatori di settore, la narrazione ufficiale si scontra con una realtà tecnologica innegabile: il ruolo dell’intelligenza artificiale. Sebbene il CEO abbia minimizzato il legame diretto tra l’adozione dell’IA e i tagli attuali, molti dipendenti vedono nell’automazione il vero motore del cambiamento. L’introduzione di agenti di intelligenza artificiale capaci di gestire compiti amministrativi, operativi e di programmazione sta rendendo superflue numerose posizioni che fino a poco tempo fa erano considerate fondamentali. In questo senso, la ristrutturazione appare come una transizione proattiva verso un modello di business dove l’efficienza algoritmica sostituisce il coordinamento umano tradizionale.
Il tempismo di questa nuova ondata di licenziamenti non sembra essere casuale. Il 26 gennaio scade infatti il periodo di grazia di 90 giorni concesso ai dipendenti colpiti dai tagli di ottobre per trovare una nuova posizione interna. L’inizio immediato della seconda fase suggerisce una strategia calcolata per chiudere definitivamente un capitolo di sovradimensionamento durato anni. Per Amazon, questo passaggio doloroso è presentato come il prezzo da pagare per mantenere la propria leadership globale; per migliaia di professionisti della tecnologia, invece, rappresenta l’ennesimo segnale di un settore in cui la stabilità del posto di lavoro è sempre più legata alla capacità di convivere con l’automazione intelligente.
