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Google ha annunciato il completamento di un primo test operativo di intelligenza artificiale eseguito direttamente nello spazio nell’ambito di Project Suncatcher, il programma sperimentale dedicato allo sviluppo di infrastrutture di calcolo AI basate su satelliti alimentati da energia solare. Un prototipo orbitale equipaggiato con una Tensor Processing Unit (TPU) di classe data center ha eseguito il modello aperto Gemma 4, ricevendo da una stazione terrestre una richiesta di generazione testuale e trasmettendo successivamente la risposta. Il test, definito da Google come la fase iniziale di verifica del funzionamento del sistema, rappresenta secondo l’azienda la prima risposta prodotta da un modello AI eseguito su una TPU di questa categoria direttamente in orbita. L’operazione è stata effettuata durante una finestra di comunicazione con la stazione terrestre, attraverso la quale il personale tecnico ha inviato al satellite un prompt che chiedeva di comporre un haiku sullo spazio. Il testo generato è stato ricevuto durante il passaggio del veicolo sopra le isole Svalbard, in Norvegia, confermando il funzionamento della catena di elaborazione composta da ricezione del comando, inferenza sul processore satellitare e trasmissione del risultato a Terra. Dopo questa verifica, il gruppo di ricerca ha eseguito ulteriori richieste di generazione poetica e interrogazioni dedicate alla telemetria dei sistemi di bordo.

Il satellite sperimentale è stato lanciato il 1° ottobre 2026 nell’ambito della missione condivisa Transporter-18 di SpaceX ed è stato realizzato con la collaborazione di Planet. Dopo il lancio, gli ingegneri hanno verificato il collegamento con il veicolo e completato una sequenza di attivazione progressiva dei sistemi, comprendente l’accensione dell’hardware principale, dei moduli dedicati alle TPU e l’esecuzione dei primi carichi di lavoro di machine learning. La missione ha lo scopo di raccogliere dati sul comportamento dei processori AI in condizioni orbitali, con particolare attenzione alle sollecitazioni meccaniche subite durante il lancio, agli effetti delle radiazioni, alle variazioni termiche e alla stabilità delle operazioni di calcolo. Project Suncatcher era stato presentato da Google il 4 novembre 2025 come programma di ricerca di lungo periodo finalizzato a valutare la possibilità di realizzare costellazioni di satelliti interconnessi capaci di eseguire carichi di lavoro AI nello spazio. L’architettura ipotizzata prevede l’impiego di moduli di calcolo alimentati da pannelli solari e collegati mediante sistemi di comunicazione ad alta capacità, con l’obiettivo di distribuire le elaborazioni tra più piattaforme orbitali. Nei primi programmi sperimentali era previsto il lancio di due satelliti prototipali entro l’inizio del 2027, mentre la missione avviata nell’ottobre 2026 ha già consentito di anticipare alcune verifiche operative.

Uno degli elementi tecnici principali del progetto riguarda la disponibilità energetica nell’orbita terrestre bassa. Secondo le valutazioni diffuse da Google, alcune configurazioni orbitali possono consentire un’esposizione quasi continua alla luce solare, con una disponibilità di energia solare potenzialmente fino a otto volte superiore rispetto a quella ottenibile in determinate condizioni terrestri. Tale caratteristica viene studiata per alimentare infrastrutture di calcolo distribuite, ma comporta la necessità di progettare sistemi capaci di gestire il consumo energetico e soprattutto la dissipazione del calore in condizioni di vuoto. Le TPU concentrano infatti quantità significative di potenza termica in superfici relativamente ridotte e, nello spazio, l’assenza di aria impedisce il raffreddamento mediante normale convezione. Google sta sperimentando soluzioni che combinano tubi di calore e radiatori, sottoposte a prove in camere a vuoto termico per riprodurre condizioni simili a quelle operative. L’affidabilità meccanica rappresenta un’altra criticità: durante un lancio della durata di circa dieci minuti verso l’orbita terrestre bassa, il veicolo può essere sottoposto ad accelerazioni prolungate fino a circa dieci volte quella gravitazionale, mentre singoli componenti possono sperimentare picchi di sollecitazione compresi tra 50 e 100 g. Il programma ha previsto prove di vibrazione sui tre assi del satellite, finalizzate a simulare le frequenze e le intensità generate durante il trasporto spaziale.

I test di resistenza alle radiazioni sono stati condotti anche presso il Crocker Nuclear Laboratory dell’Università della California a Davis, dove le TPU sono state esposte a fasci di protoni durante l’esecuzione di carichi di lavoro AI. Le prove hanno permesso di osservare eventuali alterazioni nei calcoli, comprese anomalie di tipo bit flip, e di valutare la tolleranza dei processori alle dosi ionizzanti cumulative. Secondo i primi risultati comunicati da Google, le TPU Trillium hanno dimostrato di poter sopportare una dose totale di radiazioni superiore a quella prevista per una missione spaziale di cinque anni. La ricerca comprende anche lo studio delle comunicazioni tra satelliti, delle modalità di controllo delle costellazioni e della distribuzione dei carichi di elaborazione tra più unità orbitali. Le basi scientifiche del progetto sono state inoltre sviluppate in una pubblicazione sottoposta a revisione paritaria sulla rivista Joule. Il primo output generato in orbita conferma la possibilità di eseguire inferenza AI su hardware di classe data center installato su un satellite sperimentale, mentre la realizzazione di infrastrutture orbitali di dimensioni paragonabili ai data center terrestri richiederà ulteriori verifiche sulla continuità operativa, sulla dissipazione termica, sull’affidabilità dei componenti e sulla capacità dei collegamenti tra piattaforme.

Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI).

Di Fantasy